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Jurassic World: Il regno distrutto, la recensione del film

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Arriva al cinema il quinto capitolo della saga di Jurassic Park diretto da J.A. Bayona. I dinosauri non minacciano l'uomo, piuttosto è il contrario.

Il T-Rex in una scena iniziale del film Universal Pictures

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È lecito chiedersi se, a 25 anni di distanza dal primo Jurassic Park, ad essersi estinta sia la verve degli sceneggiatori della saga oppure il nostro entusiasmo - non certo l'interesse - per i dinosauri di celluloide. L'appiattimento determinato dallo sfruttamento esasperato di un franchise risparmia parzialmente Jurassic World: Il regno distrutto.

È sotto gli occhi di tutti l'interesse per le major ad incassare, sfruttando all'esasperazione canovacci e sacrificando l'interesse a raccontare storie avvincenti che non si risolvano in una minestra riscaldata insapore. I risultati sono allora pellicole fotocopia - tanto per fare un esempio, Transformers e dinosauri sembrano appartenere al medesimo universo cinematografico tante sono le assonanze tra i due franchise - che raschiano il fondo di un titolo glorioso, brillando di luce riflessa.

Nonostante ciò, Jurassic World: Il regno distrutto cerca (anche se forse non trova completamente) una via nuova, imponendosi di fatto come un solido blockbuster che inaugura la stagione estiva. Un kolossal di 128 minuti letteralmente diviso in due, con una prima parte decisamente migliore e una seconda frazione che evidenzia alcune lacune della sceneggiatura di Derek Connolly e Colin Trevorrow, parzialmente riscattata da alcune soluzioni di regia offerte da J. A. Bayona.

L'isola infernale

Sono passati 3 anni dal disastro di Jurassic World causato dall'Indominus Rex e Isla Nublar sembra essere stata abbandonata a sé stessa. Nell'incipit in notturna (uno dei momenti più alti di tutto il film) osserviamo una task force riuscire a prelevare un frammento di ossa dell'ibrido del film precedente, il cui scheletro è adagiato sul fondale del lago del parco. Bayona recupera l'atmosfera tesa dello squalo spielberghiano e regala al(la) T-Rex una formidabile entrata in scena.

È chiaro fin da subito che il motore centrale dell'intera vicenda si allinea a quanto visto nel capitolo precedente, con il DNA estrapolato dalle ossa dell'Indominus utile a creare in laboratorio un "dino-Frankenstein" per chissà quali scopi. Appurata l'ennesima rilettura della scienza invasata che sfida la natura giocando al Creatore, la pellicola rintraccia i protagonisti di Jurassic World - Bryce Dallas Howard e Chris Pratt - e ne svela di nuovi.

Il destino dei dinosauri è oggetto di una commissione parlamentare in cui è chiamata a testimoniare la vecchia conoscenza della saga, Ian Malcolm (un canuto e sacrificato Jeff Goldblum). Le creature preistoriche non rappresentano più una minaccia per l'uomo confinate come sono su Isla Nublar. Al contrario, sono i sauri ad essere in pericolo per via del vulcano dell'isola, ritornato in attività.

La piega animalista del film genera interrogativi di natura etica. I dinosauri sono a tutti gli effetti esseri viventi oppure sono prodotti di un esperimento condotto da un'azienda privata e di conseguenza trattati alla stregua di meri oggetti? Salvarli in nome del diritto alla vita oppure abbandonarli al loro destino, ad una seconda estinzione stavolta vissuta in diretta?

Claire Dearing, l'ex manager di Jurassic World, intende salvare tutte le specie dell'isola. Ora che non lavora più per la Masrani, la rossa che correva in tacchi a spillo tra il fogliame guida un gruppo di attivisti ricalcati sul modello WWF che si batte per i diritti delle creature preistoriche. Contattata da Eli Mills (Rafe Spall) - colui che cura gli interessi dell'anziano Sir Benjamin Lockwood (James Cromwell), ex socio in affari di John Hammond - Claire rintraccia il suo ex Owen Grady (Chris Pratt) e lo convince ad accompagnarla sull'isola, avvertendolo del pericolo che corre Blue, il Raptor addestrato proprio da Owen.

Scopriamo presto che la missione di salvataggio nasconde ben altri scopi, su tutti la cattura e la vendita al mercato nero dei dinosauri. Dopo che la natura offre un esempio di tutta la sua potenza distruttiva - l'eruzione del vulcano cancella via ettari di giungla, costringendo i lucertoloni ad una fuga disperata verso una scogliera - Jurassic World: Il regno distrutto dirotta le vicende verso la terraferma, nella tenuta di Lockwod dove avviene la compravendita dei dinosauri e dove fa la sua comparsa l'altro ibrido del franchise, l'Indo-Raptor.

La grande tenerezza

Jurassic World: Il regno distrutto è migliore del precedente, se non altro per il coraggio che mostra nell'adottare soluzioni stilistiche nuove (la virata gothic in primis) e nell'innervare la trama di svariati sottotesti in grado di aprire a numerose prospettive future.

A spiccare, però, è il modo in cui Bayona piega la sceneggiatura fiacca di Tervorrow e Connolly al suo cinema, quello di A monster calls, di The Orphanage e, perché no, anche di The Impossible: l'infanzia minacciata da un mostro, una villa che per aspetto somiglia ad un tentacolare Museo di Storia Naturale e che invece nasconde cunicoli e segreti (orribili), un cataclisma di proporzioni bibliche.

Gli echi dei lavori precedenti del regista spagnolo sono il segno tangibile di un allontanamento dai cliché della saga portata per la prima volta al cinema da Steven Spielberg e costituiscono la parte più convincente del film. Se, infatti, i dinosauri stentano a ravvivare i momenti thrilling di Jurassic World: Il regno distrutto - nonostante l'ottimo gioco di luci e ombre che Bayona offre con T-Rex e Baryonyx - il personaggio della piccola Maisie (Isabella Sermon) apre a nuovi, seppur inquietanti, orizzonti.

Chris Pratt alle prese col piccolo BlueHDUniversal Pictures

Nonostante il voler essere, in sostanza, un thriller di mostri feroci e - specie nella seconda metà - un horror claustrofobico, il film regala numerosi momenti in cui ad affiorare in superficie sono tenerezza e commozione. La scena in cui un brachiosauro osserva dal molo il traghetto andare via è oltremodo straziante e, più in generale, i dinosauri sono quasi sempre immortalati dietro le sbarre, feriti, prossimi alla morte, creando così una forte empatia tra spettatore e creature giurassiche.

In mezzo a tanti denti aguzzi, per assurdo, Bayona e il suo team dipingono l'uomo come la creatura più terrificante di tutte, una bestia che sembra comportarsi contro natura in nome del dio denaro.

Voto6/10

Bayona conduce Jurassic World: Il regno distrutto in quello che è il suo cinema fatto di mostri dell'infanzia, case che celano segreti, cataclismi. I dinosauri, però, fanno più tenerezza che altro.

Emanuele Zambon

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